martedì, 20 febbraio 2007
Non ci posso credere
 
Sto facendo una ricca pasta alla carbonara con una pancetta profumatissima che mi hanno portato da Visso (Marche, paradiso dei salumi) e mi accorgo con orrore che non ho il parmigiano. Sono le otto e mezzo e non mi resta che chiedere alla vicina. Ci sono andata solo una volta per un problema condominiale e rimasi abbacinata da lei e da ciò che riuscii a scorgere della sua casa. Mi rivesto di tutto punto perché naturalmente sono in pieno sbraco serale post-lavorativo. Suono.
Dopo un tempo infinitamente lungo, apre lei, in persona. Alta, sottile, incarnato chiarissimo, occhi lunghi, quasi socchiusi, con lunghe sopracciglia, efebica, aristocratica, algida. In perfetto ordine, niente sciatterie. Ha persino le scarpe ai piedi. Costose.
“Buonasera” mormora stirando appena gli angoli della bocca. La lunga mano affusolata sostiene faticosamente una sigaretta.
C’è chi sta cucinando per lei, valuto in un istante con invidia verde.
“Mi spiace disturbarla, ma ho bisogno di una cortesia. Sto cucinando e mi sono accorta che non ho il parmigiano. Sa il soufflè al formaggio…” faccio sperando di guadagnare qualche punto e un po’ di comprensione. Saprà che esiste la carbonara?
“Parmigiano?” domanda come se stesse cercando di mettere a fuoco – Ah si, entri, si accomodi”
Dio, sono nel tempio del lusso. Abito vicino a Tronchetti Povera e non lo sapevo! Tutto è chic, soft, minimal: un’esile orchidea da 1000 euro spunta da un vaso di cristallo esilissimo, divani ecrù, quadri di quelli che non capisco ma quotati in borsa. E le tende…le tende sono uno spettacolo di grazia, eleganza e sofisticatezza. A dire il vero, io in una casa così appassirei di tristezza in pochissimi giorni e perderei l’appetito: sono sicura che mangia in piatti neri o qualcosa del genere. Non vedo l’ora di tornare alla mia pancetta.
“Ecco signora” l’algida-efebica è comparsa felpata alle mie spalle e mi tende un cartoccetto. Ringrazio eccessivamente, saluto eccessivamente e me ne torno a casa. Apro l’involucro e ci trovo dentro un pezzetto di parmigiano del 1981 attaccato alla crosta. Annuso: è andato. Pazienza ormai la pancetta è pronta, butto al pasta e grattugio a fatica le ultime scaglie. Mah, forse i sofisticati non cucinano, forse è allergica ai latticini, boh?
Sera dopo, sto spadellando sempre in grande sbraco quando suonano alla porta. Chi diavolo può essere alle nove di sera?
“Chi è?” chiedo sospettosa da dietro la porta.
“Sono Algida-Efebica, qui accanto”
Oh mio dio che può essere successo? Spalanco la porta e lei è lì scicchissimamente vestita, con il suo sorriso tirato che mi guarda da capo a piedi sforzandosi di reggere alla vista.
“Signora mi scusi il disturbo, volevo sapere se aveva ancora bisogno del parmigiano.”
Sbianco sia per lo stupore sia perché so dove si trova la crosta degli anni ‘80.
“Ah…ma si… ma certo… ha ragione, ho dimenticato di restituirglielo, mi scusi”
Silenzio condiscendente.
Mi lancio in cucina ravano furiosamente nell’immondizia, trovo il crostone sotto gli spinaci, lo pulisco con lo strofinaccio, lo avvolgo nel domopack e glielo rendo ringraziandola ancora. Lei mormora un “prego” molto sofferto e si ritira nelle sue ovatte costose.
Non riesco ancora a riprendermi.
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categoria:algida-efebica
martedì, 13 febbraio 2007
Dolce dormir
 
Nottata in bianco, in bianchissimo.
Sull’autobus ho accarezzato l’idea di addormentarmi sulla spalla della ragazza seduta accanto a me, aveva anche il piumino morbido… sarebbe stato magnifico ma ho dovuto desistere. Arrivata in ufficio ho apprezzato con gioia l’assenza della mia collega di stanza, ho acceso il computer, ho abbassato le tendine e ho aperto il giornale. Tempo due minuti, le righe si sono accavallate, la testa si è reclinata dolcemente sulla scrivania e come i bambini all’asilo, con le braccine conserte sul banco, ho cominciato a dormire, accarezzata dalla livida luce del computer. Un sonno di quelli seri, profondissimo. Ho sognato anche: il mare con i riflessi del sole, io che entro nell’acqua tiepida e mi lascio andare nelle onde, con la mente libera, il dolce sciabordio, il calore dei raggi, immersa in una beatitudine assoluta. All’improvviso, qualcuno mi chiama dalla spiaggia…conosco quella voce è una voce odiosa, pungente, direi quasi minacciosa:
“La disturbo?”
“Si,” Vattene, va via dal mio sogno, vorrei urlargli, ma non mi esce la voce.
“Desidera un caffè?"
“Oh sì, un bel caffè” sento biascicare la mia voce impastata.
 “Lungo o ristretto?”
“Oh ristretto, ristrettissimo!”
“Macchiato?”
“Per carità!”
“Una spolveratina di cacao?”
Perché questa voce si alza, mi infastidisce, mi sveglia… Apro un occhio e nella nebbia distinguo il volto appuntito del mio capo-caimano. Il super capo.
Balzo a sedere, mi asciugo il rivolino di bava con la manica della giacca e prendo una postazione efficiente.
“Si rende conto che stavo per entrare qui con il supersupercapodottorgrandissimopoteredivitaedimorte?"
“Mi scuso, io …”
“Abbiamo bisogno del nostro ultimo Rapporto e lei dorme!”
“Eccolo, subito” rimesto affannosamente sulla scrivania e glielo porgo cercando di sorridere.
“A dopo” mi fa allusivo, della serie liberi il collo dagli indumenti altrimenti la lama non scorrerà adeguatamente…
Che faccio, la butto sul patetico, dico che ho sbagliato a prendere medicina, invece delle vitamine un sonnifero? Ho il resto della mattinata prima della mia fine. Ditemi.
 
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categoria:pennica, una pennichella
venerdì, 09 febbraio 2007
Una spalla su cui piangere
 
E’ un periodo orrendo, parecchi problemi, seri, pesanti. Sento puzza di crollo, forse la spalla di un’amica è quello che ci vuole. L’amica non giudica, l’amica ascolta e poi ti fa sentire un po’ meglio.
“Oh che piacere sentirti, come stai?” mi fa rincuorante.
“Bè a dire il vero è un periodo orribile, ho dei problemi seri, più grandi di me e non so…”
“A chi lo dici! Io sono a pezzi. Sono appena tornata da un convegno a Capri e…
“Bè a Capri, mica male.”
“Macchè, sono distrutta e non è niente. Intanto, ho dovuto saltare la seduta di botox e due volte in palestra e ti giuro mi sento come di gesso, se non faccio movimento mi metto su una sedia a rotelle. Per non parlare delle cene: ne devo ricambiare almeno quattro.”
“Vabbè ma tu sei brava a cucinare non dovresti…”
“Sei pazza! Io non voglio più vedere un fornello in vita mia e ho quattro cene, voglio morire. E quella furbona della donna si è buttata malata. Credimi sono a pezzi. Ho bisogno di un buon psicanalista prima di impazzire definitivamente.”
“Ma non mi sembra il caso, sei solo stanca non sei schizofrenica, forse dovresti…”
“Ti rendi conto – riprende a macchinetta - che sabato non sono nemmeno potuta andare per saldi! E’ venuta mia suocera e si è piazzata per tutto il week-end a casa. Non solo, stanca com’ero, ho dovuto accompagnare Valentina al concerto di mancomiricordochi e riprenderla alle quattro del mattino. Io, non so se ti rendi conto, così non ce la faccio più! E mio marito? Lo sai com’è, lui se ne frega di tutto, tutti i problemi su di me! Adesso è venuta fuori un’infiltrazione in camera da letto, una macchiona orrenda, e lui? “Si ritirerà” ha detto e ora tocca a me spolparmi la faccenda. Sono di-strut-ta!”
"Devo anche prenotare la visita di controllo dall’oculista per Andrea. Anche questo. Poi domani riparte per Milano per dare un esame e devo accompagnarlo alla stazione e proprio a quell’ora verrà il tecnico per la macchia. Che vita, che vita. E tu, tesoro?”
“Oh, io niente, sai, le solite cose...”
“Lo credo, tu hai quel tesoro di Giorgia e niente mariti inutili tra i piedi. Sapessi come ti invidio!”
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categoria:una spalla per piangere
domenica, 04 febbraio 2007
Mai più
 
Sei chili! Sei chili in più, ingrassata come un maiale per natale! Ho i rotolini sui fianchi farciti di mandorle, cioccolata, cornetti, millefoglie, pizze rustiche, tortellini, panne montate… dio quanto ho mangiato! I rotolini non li avevo mai avuti prima… Devo correre ai ripari.
Mi arrampico sull’armadio e dopo lungo e affannoso ravanare tiro fuori la mia splendida tuta degli anni novanta. E’ assolutamente orrenda e fuori moda ma dal momento che mi astengo con rigore da qualsiasi pratica sportiva… Si, in gioventù ho fatto qualche sforzo in molte direzioni (sci, tennis, nuoto, pallavolo,) più che altro per compiacere il ragazzo di turno ma poi mi sono rassegnata: il movimento mi fa male. Alla mente soprattutto, mi deprime. Ma ora è troppo! I rotolini!
Mi ficco un paio di scarpe da ginnastica e annuncio a mia figlia che vado a correre al parco. Mi guarda sbigottita e soprattutto inorridita: “Mamma sei spaventosa! Sembri nonna quando fa giardinaggio… se incontri una mia amica ti uccido.”
Esco baldanzosa. Imbocco un vialetto a caso e parto. Non corro da quando avevo dodici anni. Bè però non è così tragico, anzi… mi sento praticamente in forma!
Accendo l’Ipod di mia figlia per darmi un tono e sgambetto sicura sulla ghiaietta. Ah che meraviglia e quanta gente c’è: decine e decine di persone che corrono, tutte magre, tutte toniche, tutte con tenute strafiche. Me ne frego, mi godo l’aria tra i capelli e il verde del parco. Guardo l’ora: sono passati solo sette minuti!! Cacchio pensavo almeno venti. Dò un’acceleratina, pesto una cacca di cane ma proseguo baldanzosa.
Poi comincio a sentirlo. E’ il respiro, non è più regolare, sta montando come un gigantesco fiocco di ovatta, una palla in petto che mi  sta avvolgendo il cuore e me lo sta stritolando.
Passa un ragazzo palestratissimo mi guarda di sfuggita poi mi riguarda preoccupato:
“Tutto OK?” Rispondo con le dita a “O” non riesco a parlare, devo essere scarlatta. E le gambe, oddio mi si sono staccate le gambe, sto correndo senza gambe! E quella luce là in fondo, quella signora col manto azzurro e il sorriso buono che mi tende le braccia…
Una panchina, la intravedo sulla destra, ci stramazzo sopra, mi sdraio. Sto per morire, sola in un parco, non ho detto le frasi memorabili a mia figlia, non ho lasciato scritta una riga, una volontà, un desiderio… il cellulare oddio ti ringrazio squilla: “Mamma posso andare da Chiara fra una mezzoretta?”
“Giorgia - esalo - tesoro mio, la tua mamma sta per morire su una panchina del parco, ho perso le gambe per strada, i polmoni sono usciti dal corpo non mi ricordo dove, vieni qui subito!
“Ma mamma! Io devo andare da Ch..”
“Cribbio vieni a darmi una mano non posso muovermi!”
Dopo dieci minuti una testa con un berrettino calato fino al naso si china su di me. Faccio un salto. Chi è?
“Mamma sono io.”
“Tu?Ma che fai col cappello?”
“Qui è pieno di amiche mie che vengono giocare a pallavolo, se mi vedono con te sdraiata sulla panchina e la tuta da profuga  è un suicidio sociale…”
Come dio ha voluto sono tornata a casa appoggiata a quella che sarà la bastonata della mia vecchiaia. Ho avuto dolori alle gambe  in tutto il corpo per tre giorni. I rotolini sono rimasti intatti, li porterò con me nella tomba.
La prossima volta che mi viene voglia di fare del moto mi stendo sul letto e aspetto che mi passi.
postato da: violacciocca alle ore 13:51 | Permalink | commenti (32)
categoria:jogging mai più