Una briciola di pietà
Mi è seduto di fronte, sul treno. Bell’uomo, sui 45-48 anni, abito di ottimo taglio, sguardo intelligente, viso gradevole, una montagna di giornali da leggere. Mi piace. Lui è immerso nella lettura mentre lo soppeso e comunque non ho altro da fare, l’alternativa è il finestrino con la campagna piatta che scorre veloce e indistinta. Sono appena salita, dopo un’abbondante colazione a base di tre cornetti e un cappuccino e mezzo. Non lo faccio sempre, solo quando parto: anche se viaggio solo un’ora mi rimpinzo di cibo e mi porto dietro derrate alimentari per due settimane. Ansia da viaggio.
Ogni tanto solleva gli occhi dal giornale e mi lancia un’occhiata. Gongolo. Chiude il primo quotidiano, guarda il fuggevole panorama poi torna a guardare me. Fisso in faccia. Non sorride, ma i lineamenti e gli occhi sì. Gli piaccio, sì gli piaccio.
Panorama fuggevole, poi di nuovo me.
Bè cavolo, mi sta decisamente guardando e sembra anche che stia cercando il modo di avviare una conversazione. Mi sento già tutta imparpagliata, dio farò le mie solite figure miserabili, parlerò troppo o per niente. Poi il tipo mi sembra istruito chissà se sarò in grado. Si sporge leggermente verso di me. Ci siamo. Mi sorride timidamente. Veramente notevole. Poi fa:
“Signora, mi scuso in anticipo e non me ne voglia se glielo dico, ma lei ha il viso pieno di briciole e di zucchero a velo. Vuole un kleenex?”
Scavare, scavare velocemente una buca, infilarcisi, ricoprirsi tutta di terra, smettere di respirare e morire. Non desidero altro. Ringrazio dignitosamente e mi alzo per andare a guardare il fuggevole panorama dal corridoio.



