Un futuro taroccato
La segretaria dell’ufficio del terzo piano legge i tarocchi. Riceve in pausa pranzo soltanto il mercoledì e non si fa pagare perché dice che si diverte. Così tra un panino e una coca imperversa sulle vite delle mie colleghe afflitte da tradimenti, innamoramenti sfigati, problemi di salute, le solite cose.
Dicono che ci azzecca.
“Ti dico, le ho chiesto di quello stronzo di Paolo e ti giuro me l’ha dipinto pari pari!. E lei non ne sapeva niente! Ci azzecca davvero!” mi riferisce in stato di esaltazione la collega della stanza affianco.
Ecco, il fatto che ci azzecchi è il motivo principale per cui io non ci sono mai andata. Certo, se ci indovina sul bello che problema c’è, ma se ti annuncia una disgrazia io vado subito nel pallone perché diciamolo, anche se non mi fa onore: io un po’ci credo.
Insomma, ho resistito due anni ma l'ineluttabile destino si è rappresentato giorni fa nelle vesti del capo-caimano che ha chiesto delle risme di carta in prestito all'ufficio del terzo piano, in attesa delle forniture. Se posso scendere io, cortesemente. Scendo. E' mercoledì. E' pausa pranzo. La trovo alla scrivania che sta congedando una collega famosa per la disastrata vita sentimentale. Si salutano complici, poi lei, la magarona, mi guarda con malcelata soddisfazione:
“Sei crollata finalmente!” gongola tra sé.
Chiedo le risme e quando penso di averla scampata mi fa con voce suadente:
“Ma un “giro di carte” non lo vuoi fare? Te lo leggo negli occhi che lo desideri. Non c’è niente di male, sai, e poi è divertente.”
“Ma io non ho niente da chiedere, davvero, magari un’altra volta…”
“Siediti” mi fa perentoria mentre comincia mescolare il mazzo. “Parliamo d’amore, cara, sono sicura che ti interessa.”
E’ così che ci si sente quando un pitone ti fissa a pochi centimetri?
Mi siedo in trance, scelgo cinque carte e osservo ammaliata le figure misteriose.
“Tesoro mio, qui siamo inguaiate!” mi fa guardandomi dritta negli occhi.
“Perché?”
“E come perché, gioia mia. Tuo marito si sta guardando intorno e a quanto pare c’è una donna che…”
“Ma io non ho più un mar…”
“Cocca, qui il tuo matrimonio traballa. Che vogliamo fare?
….?
Distribuisce con abilità consumata le carte.
“Scegline altre cinque.”
“Tranquilla cara, guarda qui cosa ti è uscito!”
Mi sento strana, molto strana. Perché non arriva Giucas Casella e mi libera?
“Tutto si risolve, gioia mia. Tuo marito è tuo, torna a te, ama solo te. Saprai come riprendertelo e farete dei bei bambini!
“Si?”
“Ma certo. Sembri una smortina, ma sei una che ci sa fare con gli uomini.”
“Si?”
“Gioia, sei in una botte di ferro! Ora è tardi. Torna a trovarmi e offrimi un cappuccino quando vuoi.”
Scordo le risme, salgo le scale ma non sento le gambe e la testa è leggera leggera.
“Stai bene?” mi fa Luisa che è seduta davanti a me.
“Bene, si bene…”
Mi agita una mano davanti agli occhi. “Tu hai qualcosa. Hai bevuto?”
“Ma no, non capisci, sono in una botte di ferro! Mio marito ha solo una cotta e ora faremo tanti bei bambini.”
“Ti è caduto un vaso in testa? Tu sei separata da svariati anni, tuo marito ha una compagna fissa e alla tua età è meglio non fare più bambini.”
“Che ne sai tu? E’ uscita la papessa, il sole e poi il matto e l’impicc…”
Telefono. E’ mia figlia:
“Mamma allora che faccio questo sabato vado a casa di papà o resto con te?”
A casa di papà…le risme di carta, la magarona…la papessa, la botte di ferro.
Scendo al bar e risalgo in un lampo dalla magarona.
“Ecco un bel cappuccino fumante tutto per te, cara.”
“Oh ma non dovevi disturbarti!” cinguetta compiaciuta.
“Per così poco.”
Venti gocce di guttalax non uccidono e poi a esagerare il sapore si sentiva.
Comunque mi sento una sciocca. Più esattamente una merdina, di quelle piccole. Un paio di mesi basteranno per far smettere di sghignazzare i miei colleghi?



